Ostacolo inatteso, per lo più spiacevole, che ci fa rinviare qualcosa che avremmo fatte se… Ma purtroppo non ce l’abbiamo fatta. A causa del disguido non possiamo fare quanto avevamo in animo di fare. Piccole cose, ma fastidiose. Il parcheggio che sembrava ci fosse e invece no. Il negozio chiuso temporaneamente in orario canonico, quando avevamo solo poco tempo. La multa sul parabrezza dell’auto. L’occasione che pensavamo di cogliere… sfumata! Accidenti! Sarebbe bastato così poco e ce l’avremmo fatta! E invece, no.

Proviamo ad osservare quel senso di disagio, quel fastidio che si prova quando incappiamo in un contrattempo.   Proviamo ad osservarci. Visto che quella sensazione, che attribuiamo, senza pensarci troppo, all’evento in sé, accaduto là fuori, indipendentemente dal nostro volere, la produciamo noi stessi, in fondo, no?1

Quel senso di fastidio è prodotto da me, nel momento in cui la mia aspettativa non viene risolta. La produco proprio io. Riconoscere che l’emozione negativa, piccola o grande che sia, a seconda del caso, non risiede là fuori, ma qui dentro. È un primo passo. Fondamentale.

Ma come, no! Il contrattempo è causato dalle circostanze, dal mondo là fuori, che non mi ha permesso di fare ciò che avevo in animo di fare…

Proviamo a vederla diversamente. È successo, indubbiamente, quello che è successo. Qui non ci piove. Ma la sensazione, il fastidio dov’è? Chi l’ha prodotto? Chi lo sta producendo? Siamo talmente attaccati alla descrizione corrente, implicita, naturale, del tutto inconsapevole, che fatichiamo a renderci conto dell’evidenza oggettiva di questo fatto. Noi stessi siamo la causa del disagio che proviamo! Noi stessi produciamo quell’emozione spiacevole! L’emozione, in quanto tale, di per sé, non può esser posta là fuori, no?

È un passo, fondamentale, dicevamo. Il passo successivo è molto più arduo. Ma possibile. Proviamo ad ascoltare, intensamente, quanto è qui raccontato (7′), cercando di superare l’immediata critica che sorge spontanea. Proviamo a zittirla per qualche minuto, quella vocina che ci dice che è tutto un’assurdità. Forziamoci di ascoltare veramente, fino in fondo. Con un atteggiamento di apertura. Proviamo, cioè, a domandarci, anche solo per pochi minuti: «potrebbe esserci un fondo di verità, in ciò che ascolto?» E andiamo poi a ricordare una nostra esperienza personale. Come quando abbiamo avuto l’ultimo contrattempo, ad esempio…

 


A ben guardare, per quanto riguarda il nostro “panorama emotivo”, c’è qualcosa che possiamo considerare effettivamente esterno a noi?

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