Leggiamo sotto l’ombrellone in un’afosa giornata di giugno un libro, edito in lingua originale nel 2001, che ci colpisce con il seguente passo:

È dunque in corso un processo in cui il capitalismo genera condizioni che rendono possibili due scenari: o una nuova forma di barbarie, con la crescita del narcotraffico, la prostituzione, la violenza delle rapine, i furti, i sequestri, la banalizzazione della morte, i conflitti con gli immigrati, il degrado dell’ambiente, la crescita della fame e della miseria ovunque; oppure, ed è il secondo scenario, la nascita di nuovi rapporti di produzione, centrati sulla collaborazione solidale, che rendano possibile un movimento virtuoso di creazione e distribuzione sociale della ricchezza, con la contemporanea estensione del tempo libero per il bem-vivir di tutti e per l’ampliamento delle libertà sociali e private.1

1Euclides André Mance, La rivoluzione delle reti. L’economia solidale per un’altra globalizzazione, EMI, Bologna, 2003, p. 39

Questa dicotomia radicale ci fa sorgere nella mente alcune immagini ben distinte: il libro per noi cardine del filosofo Roberto Mancini, il cartellone della speciazione di Igor Sibaldi e alcuni video del regista Silvano Agosti, quelli che si riferiscono in particolare al lavoro.

Proviamo a spiegare perché questi nessi ci sembrano qui così appropriati.

Non si vuol indugiare su scenari distopici, né tanto meno fare fantapolitica, però a nostro avviso vale la pena, quanto meno, tentare di ragionare su quanto sta accadendo attorno a noi, con un atteggiamento critico. Non foss’altro per poter poi intraprendere un cammino che ci renda più consapevoli della nostra umanità2.

A ben guardare il primo scenario prospettato da Euclides Mance assomiglia spaventosamente a quanto sta accadendo oggi nella nostra società, almeno così come è raccontata dai nostri media: televisione, giornali, agenzie di stampa e portali di informazione in rete. Se poco poco proviamo ad osservarci con un occhio esterno, come se atterrassimo qui sulla Terra provenendo da un altro pianeta, dobbiamo concordare col fatto che questo primo scenario è, né più né meno, quello che sembra succeda oggi: inquinamento, immigrazione, povertà sempre più diffusa e a scapito di un’oligarchia finanziaria sempre più concentrata e assurdamente limitata. C’è in atto un processo sistemico che produce una crescente disparità, e che sta operando con un’accelerazione sempre crescente. Un motore che da tempo è andato fuori giri e di cui ne stiamo attendendo – anche se forse non del tutto consapevoli –  l’imminente distruzione. E che possiamo farci, noi?

Già. Uno scenario della situazione attuale apocalittico e che fa emergere tutta la nostra apparente impotenza. Ma dove sta allora il bandolo della matassa; la speranza che si possa innescare un processo di trasformazione positiva in questo stato di cose? La possibile soluzione sta proprio nell’aver detto che questa narrazione, la narrazione della paura, della disperazione, del paradigma del controllo di un sistema la cui caratteristica costitutiva è la guerra e la scarsità, sembra essere la descrizione completa e univoca della realtà. Proprio qui si gioca il filo della speranza. Sottile ma tenace. Riconosciamo, come punto di ancoraggio, che questa narrazione, seppur tragicamente vera, è – quanto meno – parziale, incompleta, in quanto non esaurisce l’intero spettro dei comportamenti che la popolazione umana sta oggi attuando. Basti pensare ad esempio al fenomeno del volontariato. O alle numerose attività gratuite e comunque di grande valore che schiere di persone hanno prodotto e stanno producendo (come ad es.: software open source, wikipedia, moduli di insegnamento universitari gratuiti, ecc.).
Il mondo non è tutto come ce lo raccontano. Documentiamoci!

Se non si riconosce questo fatto, non andiamo da nessuna parte. Per comprendere un po’ meglio la situazione effettiva, consideriamo i numerosi comportamenti altri, rispetto alla narrazione standard, che ci propinano e che indicano di fatto la nascita di germi di un nuovo modo di essere, una nuova civiltà, una specie umana nuova, sia in termini di cultura che di valori. Questi comportamenti alternativi, che esprimono in effetti il tessuto più vero della nostra umanità, non sono riportati dai media, salvo che in casi sporadici. Ed ecco comparire la speciazione, appunto, nella metafora di Igor Sibaldi, raccontata in questi otto minuti di video. Chi sono i soggetti di queste pratiche non allineate è presto detto: tutti quelli che iniziano a pensare e ad agire in dissonanza al mainstream, alla vulgata che dipinge una vita di pericoli, con un terrorista ad ogni angolo di strada pronto a colpirci: «che la paura sia con noi!»

Sono stati chiamati appunto creativi culturali. Quelli cioè che hanno la tendenza a prendere le distanze dall’edonismo, dal materialismo e dal cinismo più spinto. Disdegnano la cultura del business estremo, i media, il consumismo e danno invece peso all’autenticità e all’integrità personale. Sono quelli che tendenzialmente fruiscono anche di terapie e medicine alternative, cibi naturali, psicoterapie, attività di crescita personale e nuove forme di spiritualità, ricercando nuovi valori e stili di vita3.

È evidente, d’altra parte, come questa popolazione di creativi culturali non sia una realtà omogenea. No certo. Ma esiste! Se il 25% almeno della popolazione occidentale e/o benestante tende a dissociarsi dallo standard, e questa percentuale è in crescita col passare degli anni, possiamo ipotizzare che almeno una parte di questa popolazione vada a costituire la civiltà che sta “speciando” nella metafora di Sibaldi. Una massa non indifferente, allora! Con un potenziale d’azione significativo, se appena un po’ coordinata.

Ma non è finita. Passiamo a toccare – seppur superficialmente – il concetto di lavoro. Dobbiamo, prima o poi, riuscire a convincerci, a nostro parere, di due fatti.

Il primo. Una vera e propria provocazione. Il lavoro, in quanto prestazione di tempo a fronte di un salario, può essere assimilato più ad una forma di moderna schiavitù, che ad un’attività umana vera e propria, in accordo con le aspre e spiazzanti valutazioni di Silvano Agosti, valutazioni che sostanzialmente condividiamo e facciamo nostre. In ogni caso, se non accettassimo opinioni così estreme, dobbiamo considerare che il lavoro, in quanto vendita di tempo, è comunque destinato, con la globalizzazione, ad essere rapidamente sostituito da lavoratori arruolati nel sud del mondo, a salari costantemente decrescenti.
Il secondo fatto. Le macchine – intese sia come Intelligenza Artificiale4 per il mondo digitale che in termini di robotica5 per il mondo materiale – stanno silenziosamente sostituendo l’uomo e la donna nella maggior parte delle attività lavorative oggi esistenti. Il che comporta nel medio termine la fine del lavoro come lo intendiamo oggi, ovvero l’unico mezzo per guadagnare denaro e quindi per sopravvivere in questo sistema.

Non ha alcun senso quindi combattere per pretendere un lavoro salariato. Nè si può vivere o morire per il lavoro, come purtroppo spesso oggi accade. Dobbiamo riconsiderare completamente il nostro rapporto con il lavoro. O facciamo un’attività veramente creativa, che ci permetta di sviluppare ed esprimere in modo appropriato i nostri specifici talenti e metterli al servizio della nostra comunità di riferimento una volta sviluppati o, perdiamo solo tempo ed energie nel lottare per qualcosa che presto diventerà marginale6.

Esattamente come per la produzione di beni e servizi. Produzione che va liberata, come sostiene il nostro Euclides Mance, dalla costrizione produttivistica che la vede la completamente sganciata dalle effettive necessità della comunità di persone, che dovrebbe essere invece l’unica beneficiaria dei beni e servizi così prodotti. Dobbiamo infatti renderci conto che viviamo già nell’abbondanza e che la scarsità è una vera e propria aberrazione: un’ipnosi collettiva, prodotta ad arte dal sistema attraverso la pubblicità, le manipolazione dei flussi di denaro, pratiche assurde di distribuzione e distruzione di materie prime7, e così via.

Sicuramente non si ha la pretesa qui di tentare di fornire soluzioni. Sarebbe veramente fuori luogo. Si vuol riconoscere però che un altro modo di vivere la nostra vita è pensabile. Ci si può ragionare. Ci si deve riflettere!

Produrre ciò che serve realmente ad una comunità di persone è una possibilità realistica per disinnescare il circuito consumo-lavoro così come è inteso oggi. Come? La direzione di pensiero da intraprendere è quella accennata dal nostro autore, una volta che almeno parte dei creativi culturali o specianti si sia sia reso conto, ognuno per sé, della responsabilità che tutti noi possiamo e dobbiamo attribuirci, per cominciare questa via inedita. Responsabilità intesa come capacità di dare risposte creative, quindi nuove. Pensando fuori dalla scatola. Uscendo dallo schema stimolo-risposta. Iniziando perciò ad immaginare – almeno – nuovi modi di essere, e quindi di agire, iniziando dalla nostra  quotidianità.
Un’immaginare costruttivo e responsabile è senz’altro il primo indispensabile passo verso il cammino di liberazione che ci attende. Con l’energia e l’aiuto delle nuove generazione, se crediamo intimamente e con fiducia che il secondo scenario sia possibile. E se veramente lo vogliamo.

 


R.Mancini, Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche. Franco Angeli, 2014
 3 E.Cheli, N.Montecucco, I creativi culturali, Xenia Edizioni
Più specificatamente consideriamo qui le seguenti tecnologie tra loro strettamente interrelate: Deep Learning, Big Data, Neural Netwoks
S.Agosti, Il sipario del grande silenzio, Casaleggio Associati, 2013 ebook
Si veda a questo proposito l’interessante documento dell’ Executive Office of the President of United States, pubblicato nel dicembre 2016 durante l’amministrazione Obama, ora non più disponibile in rete.
Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, Feltrinelli, 2010

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