Un bella lettura, poco più che una conferenza trascritta, 84 pagine in tutto, di Andrea Bizzocchi, per la Uno Editori. La domanda che ci facciamo qui è: «sotto quali condizioni si può accogliere quanto è scritto in questo pamphlet?». Ovvero quali movimenti occorre aver fatto al proprio interno per poter almeno prendere in considerazione le provocazioni contenute in questo libretto? Quali presupposti devono esser presenti per poter ascoltare, cogliere, sentire davvero quanto qui contenuto?

Non c’è naturalmente un’unica risposta possibile. Possiamo solo darvi il nostro specifico punto di vista. Filtrato dall’altrettanto unica nostra esperienza. E dire che questo testo c’è piaciuto tanto. Perché tocca il nostro mondo esterno tanto quanto quello interno. Senza alcuna soluzione di continuità.

Di sicuro occorre una certa dose di anarchismo. La capacità cioè, almeno, di mettere a seria critica tutto ciò che è dato per scontato, naturale, in genere nemmeno visto, notato davvero. «E perché mai dovrei criticare qualcosa che fino adesso ha funzionato così bene?». Ecco, se non siamo provvisti di questo sostanzioso bagaglio critico, pensiamo sia davvero difficile sopportarne la lettura. Quasi certamente lo si bollerà con un giudizio superficiale: «utopia!».

E sarebbe un vero peccato. Perché questo breve testo è, a nostro parere, generativo. Nel senso più produttivo del termine. Che spinge al movimento, all’azione. Sia all’esterno che, soprattutto, all’interno di sé stessi.

Si parte infatti dalla critica, non certo nuova, della situazione attuale della nostra civiltà, fino a cercarne le reali cause: “il 10% è ciò che mi succede, il 90% come reagisco a ciò che mi succede”. Si viene condotti a sentire che non si ha alcuna reale possibilità di cambiare veramente le cose là fuori e quindi accettarle così come sono. Almeno per le componenti che non puoi prorio cambiare in nessun modo. O perché ormai è successo ciò che è successo o perché è decisamente fuori dalla portata delle nostre possibilità. Ma questo non vuol dire accettazione passiva. Tutt’altro. C’è ancora uno spazio di manovra che – una volta acquisito, e acquisito davvero – diventa uno spazio d’azione addirittura immenso… o, meglio, totale.

“La vostra Vita non si ferma se fallite, ma solo se vivete con paura” considerando al contempo che “la paura è un processo socio-culturale appreso.”

È chiaro che ci sentiamo molto in sintonia con le tesi sostenute dall’autore. Le abbiamo avvertite risuonare in noi. Il messaggio – in ultima analisi – ci pare si possa sintetizzare in un invito a iniziare a vivere sul serio, rischiando in prima persona. Per cercare da noi e in noi il senso della nostra unica e irripetibile esistenza.

E quindi, tentando di rispondere alla domanda iniziale, eccola la pre-condizione. Occorre essere alla ricerca del senso del proprio essere al mondo. Un movimento autonomo, personale che porti a farci domande, sempre più pressanti e vere. Chiedendo soltanto a noi stessi. Solo in questo caso, se ci daremo questa possibilità, potremo intraprendere un percorso di liberazione e potremo attivarci ed esser pronti ad ascoltare queste parole. Se desideriamo davvero poterci mettere in discussione. Alla ricerca del nostro personale senso, da condividere, in ogni caso, col nostro universo locale. Solo allora ne suggeriremo la lettura. Non prima. Proprio, no.

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Schiavi senza catene