Cosa sta succedendo nel mondo, là fuori?
In molti, esplicitamente o meno e con diverso grado di consapevolezza, stiamo facendoci, tutti, forse, la stessa domanda.

Non esperti di politica, né tanto meno di geopolitica, però, un fatto salta all’occhio del comune cittadino. In modo schematico, addirittura forse semplicistico, quello che lui osserva è che il panorama, il mondo attorno a lui, non sembra trovare una sistemazione coerente, le parole non sembrano più collimare con i significati noti, i pezzi di quanto osserva, o di quanto gli viene raccontato non sembrano più andare al loro posto. C’è qualcosa di profondamente preoccupante, che sembra disgregarsi. Come se quasi, addirittura, il sistema stia, esso stesso, vacillando. Paurosamente, secondo noi, tanto che il suo crollo ci pare, ormai, certo e definitivo. In netto contrasto con quelli che affermano che «il capitalismo ha i secoli contati», stiamo assistendo ai prodromi del Crollo dell’Impero Globale. Questo, a noi, sembra sia proprio il caso.

Prima di procedere, però, occorre focalizzare, almeno un poco, in prima approssimazione, cosa intendiamo per sistema. È presto detto: la totalità planetaria di organizzazioni, enti, istituzioni, relazioni, flussi, materiali e immateriali, e processi che li correlano, compreso, naturalmente, le persone, ognuno di noi, che, nel bene e nel male, lo assecondano e contribuiscono o almeno permettono, che accada ciò che sta accadendo, o, per converso, ha cercato di opporvisi, combattendolo, seppure senza evidente successo.

Il sistema è tutto ciò nel quale siamo immersi, la totalità nella sua dimensione fisica, emotiva, psicologica, sociale, culturale e, per chi l’avverte, anche quella spirituale, naturalmente. Il sistema: la realtà attuale, nella sua molteplice varietà di dimensioni, lo stato attuale delle cose, quello che, dopo l’avvento della globalizzazione, o mondializzazione che dir si voglia, può essere osservato e descritto da due punti di vista opposti ed estremi, quello del pianeta, da un lato, con il suo ecosistema, di cui l’umanità è parte e, dall’altro, quello individuale, personale, il nostro specifico e singolare punto di osservazione. Qualsiasi cosa sia questa strana soggettività che caratterizza ognuno di noi, pur così irrinunciabile per la nostra stessa esistenza personale.

Due punti di vista, dicevamo, che possiamo chiamare esterno quello globale, appunto, ed interno quello personale, “il nostro punto di vista” a cui necessariamente dobbiamo riportarci, non fosse altro per il fatto che il mondo là fuori c’è in quanto ci siamo noi… in fondo il punto di vista esterno, a ben guardare, è un punto di vista ipotetico, o comunque descritto, narrato, ipotizzato… è come se dovessimo uscire dal nostro stesso corpo e porci in una posizione non ben definita, disincarnata, per la verità, o come si dice oggettiva, indipendente dall’osservatore, appunto… anche se, forse, molto si potrebbe discutere sul significato più profondo di questa semplice operazione, che banale, proprio non è… ma procediamo, per ora, come se questo movimento fosse possibile, evidente e accertato.

Anche dal punto di vista personale, quello interno, quindi, ci pare di cogliere nell’aria un evidente senso di smarrimento e incertezza esistenziale, che possiamo sintetizzare in uno slogan: la perdita delle certezza personali. Certezze sulle quali abbiamo fondato la nostra quotidianità. Questa, almeno, è la nostra esperienza di baby boomer, che davamo per scontato queste convinzioni, e che ci apparivano in modo così evidente, del tutto trasparenti, da non considerarle neppure tali, quasi costituissero il tessuto stesso della realtà. Una realtà consensuale, certo, anche se accompagnata da un’incessante ricerca di senso.

La vita sembrava, allora, scorrere come su dei binari. C’erano degli snodi importanti, naturalmente, ma, una volta “scelta” la direzione, poi, il resto della procedura, chiamata quotidianità, sembrava scivolare via in modo relativamente ordinato e prevedibile, almeno fino al prossimo crocevia importante. Riti di passaggio ben definiti e ricorrenti. Ruoli altrettanto chiari e conosciuti. Si partiva dal censo della tua famiglia, che di fatto ti incanalava nella scuola più adatta e, quindi, il lavoro, meta della vita adulta, abbastanza coerente, in media, con gli studi fatti. Si passava poi alla costituzione della propria famiglia, i figli e così via, per arrivare infine al traguardo, agognato o temuto, a seconda dei casi, dell’inattività lavorativa, chiamata ancor oggi pensione. Ecco. Tutto questo, ora, non c’è più. Di fatto. Almeno come ce la raccontavamo noi, figli del dopoguerra e del successivo boom economico.

E se ci spostiamo all’esterno, su un a scala planetaria, le cose, purtroppo, diventano ancor più pesanti, per la portata e la vastità delle dinamiche implicate. Riscaldamento globale o mini glaciazione, inquinamento inarrestabile, povertà sempre più estrema, a causa di una distribuzione delle risorse che ha del raccapricciante, con effetti che, su scala planetaria, va dall’obesità, alla morte per mancanza totale di cibo. Una logica distributiva che crea un decrescente numero di microscopici atolli, tremendamente ricchi, in un crescente vasto oceano di povertà assoluta. Ma richiudiamo precipitosamente questa porta, per non farci sommergere da un senso di colpevole di impotenza, che ci logora in modo profondo, lasciandoci catatonici, quasi. La scala di questi problemi è così vasta, e il senso d’impotenza così corrosivo, che lo scoramento è davvero raggelante, se non addirittura proprio veleno per lo spirito.

Dicevamo dei due punti di vista, incommensurabili tra loro, e che si affacciano periodicamente nei nostri pensieri. E tutti e due accompagnati da un senso di smarrimento personale più o meno profondo, che sembrerebbe del tutto giustificato, perché “causato” dall’evidente stato di cose esterne a noi.

Una posizione normale, ragionevole: là fuori c’è un mondo che fa quello che fa e noi qui, a subirne passivamente le conseguenze. A tentare di sopravvivere, in fondo. Non possiamo far altro che osservare, dal basso della nostra inanità, lo svolgersi del mondo… Siamo in completo stallo, non possiamo modificarle, in alcun modo, le cose là fuori. Aspettiamo, più o meno preoccupati, osservatori partecipi o cinici degli accadimenti che verranno.

Da questo stato di cose non sembra esserci alcuna via di uscita, eccetto quella tradizionale, quanto deleteria: la via della lamentela, espressa con toni più o meno accesi, più o meno rissosi.

Ma è questa l’unica narrazione possibile?
O non è forse pensabile un altro modo di vedere il nostro vivere quotidiano? Un modo diverso, che tenti almeno di correlare e armonizzare, in qualche modo, questi due punti di vista, così apparentemente incommensurabili.

La nostra personale risposta è positiva … seppure articolata, tanto da apparire un po’ azzardata, agli occhi dei più.

Il primo movimento che ci sentiamo di suggerire è, innanzitutto, delimitare la nostra attenzione alla nostra sfera di influenza o universo locale. Circoscrivere, cioè, il nostro raggio d’azione, quello nel quale possiamo agire, se vogliamo, direttamente, in prima persona. Ridurre in qualche modo il mondo esterno. Dalla vastità del pianeta Terra, al nostro immediato circondario. Una sfera di esistenza che veda al centro il nostro corpo, fermo restando la mobilità di questo sfumato confine frattale. Una bolla esistenziale che si muove con noi e che comprende, naturalmente, tutto ciò che ci permette di esistere, l’aria, il cibo, un riparo, le cose, le relazioni con le altre persone, eccetera. Il nostro dominio d’azione, insomma.
Definiamo bolla di esistenza 1, il nostro territorio potenziale dell’agire, quell’agire inteso proprio in termini della mazziniana triade di pensiero, parola e azione. Senza scomodare la filosofia performativa, infatti, ci sembra naturale comprendere nel dominio dell’agire anche quello del pensare, di cui la parola è espressione del comunicare umano.

E in questa bolla, dobbiamo iniziare a percepire le cose in modo diverso, molto diverso … con un atteggiamento non solo nuovo, ma profondamente trasformato, altro rispetto alla “norma”.

Iniziamo, innanzitutto, a prenderci la responsabilità di ciò che avviene in questo dominio di esistenza. Non come dovere, come obbligo, quindi, nel dover perseguire regole esterne, ma come potenzialità di azione, in accordo alla nostra propria sensibilità personale. Secondo la nostra etica personale, insomma. Mutare, cioè, la domanda in modo gandhiano, da «quella cosa là, così, non mi va bene» a «che cosa posso fare io, concretamente, per farla andare meglio … anche solo di poco?”

E questo è il primo passo

[continua]


Vedi, al proposito, questa interessante intervista a Oscar Di Montigny, a proposito dell’economia sferica.

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