Ricordo di sé. Che cosa vuol dire ricordarsi di sé? Concetto non facile da cogliere. Originale, scivoloso, impalpabile, ma che riveste un’importanza notevole, anche adesso, anzi, soprattutto adesso, per me.
Ho incontrato per la prima volta la parola, presenza  e ricordo di sé, tanti anni fa, leggendo scritti di Salvatore Brizzi e forse dello stesso Ouspensky, visto che Gurdjieff è stata una lettura solo successiva a questi primi due autori.
A Gurdjieff è seguito l’incontro con la Psicosintesi, alla quale devo molto, non foss’altro per aver iniziato il mio percorso esperienziale, il mettermi in gioco in prima persona, dopo tante e tante letture teoriche; quel passare, finalmente, alla mia prima “prova su strada”. Con Assagioli ho scoperto, tra l’altro, la disidentificazione, concetto che ho subito tentato di correlare con quello gurdjieffiano, che tanto mi aveva colpito, il ricordo si sé, appunto.

Vediamo come. La Psicosintesi ti mette di fronte ai tanti personaggi in cerca di autore, che siamo soliti interpretare durante la nostra quotidianità, in modo, direi, evidente. Li riconosci immediatamente, li tocchi quasi con mano questi soggetti, quando agiamo in accordo alle nostre diverse sub-personalità, con cui ci identifichiamo di volta in volta. Nelle diverse situazioni, nei diversi ruoli, in famiglia, al lavoro, con gli amici, e nei diversi stati d’animo, che colorano questi personaggi e che li animano durante il giorno. Noi diventiamo questi personaggi. Siamo proprio loro. Diversi e purtroppo contraddittori, incoerenti, sostanzialmente inaffidabili.

Già. Ma quand’è che ce ne accorgiamo davvero? Quand’è che “non siamo” uno di questi variopinti e incostanti caratteri?  
Quando non ci lasciamo soltanto vivere e riusciamo, in qualche modo, a sentirci e a vederci interpretare quel personaggio in azione, mentre lo stiamo mettendo in scena, in quel momento, in quella specifica situazione. E accorgendoci di questo fatto.

Accorgerci. Ecco il punto chiave.

La disidentificazione è possibile, o, meglio,  in me, si può attivare un processo di disidentificazione, se, e solo se, mi ricordo di me, in quel preciso istante, mentre agisco, mentre vivo quella quotidianità.
Solo se riesco ad osservarmi, mentre interpreto quel ruolo. Se mi identifico in lui, in quel personaggio, mi perdo in esso,  lo divento; il lasciarsi vivere inconsapevole, o il “sonno verticale” a cui fanno riferimento tanti diversi autori. E, finalmente, grazie alla Psicosintesi, il ricordo di sé ha iniziato ad acquisire, in me, una certa consistenza.

Per completezza, devo dire che queste idee, ricordo di sé e disidentificazione, si sono accordate bene, anche, ad un’altro spunto, incontrato nelle mie antiche letture e, precisamente, nella “follia controllata” di don Juan, il mitico stregone descritto da Castaneda, nei suoi libri. Quel movimento  nel quale riconosco, appunto, che sto interpretando un ruolo, senza, però, esserne completamente assorbito. Cosa che, prima di incontrare Assagioli, restava ancora un concetto decisamente sfuggente. 

Ecco quindi che la disidentificazione assagioliana è stato un passo importante, un’acquisizione, un punto d’ancoraggio nel quale sono riuscito a consolidare diverse vaghe idee che aleggiavano, non ben comprese, nella mia mente.

Proviamo ora ad approfondire un poco questo processo di auto osservazione di cui ho accennato.
Abbiamo visto che un vero e proprio processo di disidentificazione inizia, si attiva, se, e quando, riesco a guardarmi, a osservarmi, mentre faccio quel movimento; se cioè riesco a “vedermi dal di fuori”. Io che interpreto questo ruolo, in questa data situazione.
E cosa devo “fare” perché questo accada?
Devo, semplicemente, ancora una volta, ricordarmi di me, ricordarmi di focalizzare questa facoltà, che a volte mi accade. Quel movimento, cioè, di muovere la mia attenzione  dal soggetto che sta agendo, al soggetto che osserva colui che agisce, operare una disidentificazione, appunto. Esercitandomi con me stesso per far emergere quello che posso chiamare l’Osservatore.

Ma chi è o che cosa è, questo punto di coscienza, che a volte compare e che osserva? Cos’è davvero questo Osservatore? Quale parte di me è?
E da che cosa proviene questa famosa, quanto incompresa, attenzione? A chi attribuirla, se non, forse, al punto di coscienza che chiamo Osservatore? 
E di più, come garantirmi che questo punto di coscienza, poi, in fondo, non sia solo una delle mie subpersonalità, magari, una particolarmente consolidata e potente?

Non so rispondere a tutte queste domande, ma so per certo, che questo qualcosa che osserva, esiste e si palesa, è avvertibile, proprio quando mi capita di “ricordarmi di me”.  Quando riesco in qualche modo a disidentificarmi; riconoscendo che c’è dell’altro oltre la subpersonalità attiva in quell’istante. Un po’ come diventare, per un attimo, l’Osservatore stesso, identificarsi in lui. Pur notando che, come soggetto, a differenza delle mie ben definite e conosciute sub-personalità, è decisamente liquido, inafferrabile, sfuggente…

A ciò si aggiunga quest’altra informazione fondamentale. Sopraggiunta in questi anni.  Una grande e assoluta novità per me. Che ha rivoluzionato del tutto ciò che avevo imparato precedentemente.  Un vero e proprio cambiamento paradigmatico, che ha richiesto un profondo processo di riconfigurazione del mio Sistema di Riferimento Personale.  Trasformazione che tuttora continua, naturalmente.

Il fatto, cioè, di riconoscere che questo nuovo soggetto, che ha la capacità di osservare, esiste per certo, ma non possiede, di fatto, alcuna “volontà”.
Perché la volontà non esiste nella Realtà. 
È una pura illusione. Un costrutto mentale, che non corrisponde con nulla di reale. È illusorio. Punto. Un qualcosa che appartiene solo al dominio delle subpersonalità. 1,3

È un’affermazione molto, molto forte, lo so. Sono ben conscio, che, con questo gesto, faccio crollare gran parte dell’intero castello assagioliano, basato in gran parte, proprio sul concetto di volontà, per cui non me ne vogliano i miei amici psicosintetici.
E non solo, va decisamente contro il senso comune. La percezione, data per scontata, che le nostre azioni sono determine dalla nostra “volontà”, che diamine! 2
Ma questo fatto, ormai, l’ho acquisito. È accaduto, un giorno, poco più di due anni fa, dopo tanti studi specifici, devo dire, ma questa tessera si è posizionata nel mio puzzle personale e dinamico che sono, solo quando ,”casualmente”, m’è capitato di leggere un breve articolo di W.Liquorman.1 E allora la comprensione è accaduta.

Detto questo. Cerchiamo di arrivare ad una conclusione, seppure provvisoria.

Poiché la volontà, come abbiamo detto, non esiste nella Realtà, l’Osservatore, quel punto di coscienza, non può decidere di farsi avanti, non può voler prendere il controllo, e “io” quindi – qualsiasi cosa voglia rappresentare questa strana dimensione multipla – posso solo permettere l’emersione di questo punto di osservazione e farlo comparire, al di là delle subpersonalità che popolano la mia psicologia e che prendono il mio posto.
L’Osservatore, quel punto di vista che sono.
Per farlo emergere,  devo, se lo desidero, allenarmi proprio in questo. Accorgermi  tutte le volte che questo movimento spontaneamente accade, mettendoci tutta la mia attenzione di cui sono capace… e basta.

Senza alcun giudizio o aspettativa. Nè tanto meno tentare di riprodurne l’esperienza,  perché ciò implicherebbe un desiderio di controllo  e quindi la riproposizione di una volontà, sotto mentite spoglie. Ritornando nel campo ben noto dei miei personaggi in cerca d’autore, le subpersonalità, che della volontà fanno una loro bandiera.

Il mio compito, allora? Ripeto. Lasciare che ciò accada, il più spesso possibile, ricordandomi di me, disidentificandomi dalle mie maschere polarizzanti del momento, che vogliono,  giudicano, valutano, calcolano, criticano, e che si schierano con l’una o l’altra tifoseria del momento… e cercando di stare ben attento di non sostituire una subpersonalità con un’altra più forte. 
Osservarmi senza giudizio.
Non sono ciò che pensavo e credevo di essere. Questa è solo la mia personalità. Materiale per studi psicologici. Ma non sono solo la mia multi sfaccettata personalità, che crede di muovere questo corpo.  C’è, evidentemente, dell’altro. È tempo di dare spazio alla scintilla dell’Autore, che sta cercando di emergere in me.

 


1 Wayne Liquorman, “Sono l’attore delle mie azioni, ma non ne sono l’autore”, 9/12/2014
2 L’ esperimento di Benjamin Libet, a me pare, è il primo fatto oggettivo che rende evidente questo stato di cose
3 A proposito della volontà in Filosofia dell’Apoteosi di Fabio Ghioni, segnaliamo dal suo blog:
Desiderio e volontà, 23/03/2019
Vivere alla giornata, 18/01/2019
Lascia andare, 28/09/2015

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Ricordo di sè, disidentificazione, follia controllata